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INTERVISTA A JOE VESCOVI !

(di Filippo Casaccia)

 


Riproponiamo  in forma assolutamente integrale l' intervista

apparsa su contrAPPUNTI (c)

 www.centrostudiprogitaliano.it

 

Filippo Casaccia è collaboratore del Rolling Stones Italia, nonchè autore televisivo (format Le Iene) e regista.


 

 

 

Tu sei entrato nei Trip in sostituzione di Blackmore.  Lo hai conosciuto?

Sì, certo. In effetti io dovevo entrare nei Rainbow. Blackmore lo avevo conosciuto quando ancora era nei Deep Purple perché nel ‘72 vennero a Roma a fare un nuovo disco (loro avevano questa abitudine di spostarsi ogni volta che dovevano fare un album), poi l’LP non lo fecero e anzi litigarono. In quel periodo io stavo registrando in RCA e c’era Wegg Andersen che sapeva che avevano affittato una villa per un mese e l’avevano trasformata in una sala di registrazione con una stanza per ciascuno. E avevano noleggiato già allora il mobile studio dei Rolling Stones: roba da fantascienza capito?  Quello è stato il mio primo impatto con Blackmore.

 

 

E avete suonato insieme?

No, quella volta no anche perché non lasciavano entrare nessuno. C’era pieno di giornalisti ma c’erano i roadies che sbattevano tutti fuori. Andersen chiaramente era amico di Wegg perché avevano suonato insieme tanti anni già in Germania, ad Amburgo, e quindi siamo stati con loro qualche giorno. I Deep Purple però non fecero mai nulla con il lavoro di quei tempi perché già c’erano dei disaccordi, quindi partirono per la famosa tournée in Giappone e, siccome un disco dovevano comunque farlo, vennero fuori con Made in Japan tanto perché non avevano idee…  Nel ’77 invece Blackmore stava già preparando il terzo album dei Rainbow - Long live rock ‘n’ roll - e cercava un tastierista. Io a quel tempo stavo a Parma, Wegg a Londra e i Deep si erano sciolti. Mi chiamò per sapere se mi interessava, così gli ho spedito un nastro e sono andato a Los Angeles per circa un mese senza concludere nulla perché lui, come al solito, non aveva le idee chiare. Infatti della formazione precedente a Long live rock ‘n’ roll non era rimasto nessuno eccetto il batterista e il cantante.  Ovviamente ci siamo rivisti nell’84 quando i Deep Purple si riformarono e a Milano nell’87 perché il rapporto è rimasto buono: gli piaceva il mio modo di suonare anche se per lui non ero abbastanza hard… ed è stato proprio quello a farmi diventare più hard solo che poi non ero con una rock band ma con i Dik Dik…

 

 

Il primo disco dei Trip, [The Trip, 1970 ndr] secondo me è splendido perché è pieno di influenze beat, psichedeliche, anche un po’ hard rock...

Ed è anche quello meno conosciuto.

 

 

Si, forse, ma è davvero bello. C’è un disco, un gruppo, che ti ha fatto scegliere quella musica, quel mestiere…

Dipende. Cosa intendi per mestiere? Il progressive rock?

 

 

Intendo la musica, qualcosa che ti ha spinto a dire questo è quello che voglio fare, che ti ha segnato la via.

Beh, tieni presente che ho iniziato a suonare da bambino, studiando musica, ma posso dire che la molla è scattata molto prima del tempo del prog, ascoltando come tanti i Beatles e i Rolling Stones, tanto per fare due nomi, quello che in Italia chiamavano il beat.

 

 

Come avvenne la svolta dei Trip che comunque avevano una sonorità molto particolare?

I Trip in realtà hanno avuto due fasi. Il gruppo è durato otto anni; io sono arrivato nel dicembre del ’66 dopo tre mesi che stavano in Italia ma suonavano già da quattro anni come cover band. In quel periodo cambiò tutto e forse la molla furono i Vanilla Fudge che già da qualche anno non componevano più canzoni ma suite; poi non dimentichiamo che subivamo ancora il fascino di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

 

 

Tutti parlando di te e dei Trip citano giustamente i Vanilla Fudge, i Nice e secondo me anche i Deep Purple più pop…

Sì, forse questo nel primo e nel secondo album, poi, da Atlantide, tutto è molto più prog. Ti dirò che il mio tastierista preferito in quell’ambito era Keith Emerson, non Richard Wakeman.  Stranamente però, il mio gruppo preferito erano gli Yes. 

 

 

Voi, a parte Una pietra colorata, avete sempre cantato in inglese.

È vero, i testi originali erano sempre in inglese però dopo, per volontà puramente discografiche, qualcosa veniva tradotto e cantato in italiano.

 

 

Tu scrivevi le musiche e nei primi due album i testi erano di Gray, giusto?

Certo, poi Bill Gray è andato via e ai testi si è dedicato Andersen.

 

 

Com’erano i vostri rapporti?

Buoni. Lui se n’è andato perché non era molto portato per quel tipo di musica: era nato con il blues e quindi decise di fare dell’altro, mentre noi volevamo seguire strade diverse.

 

 

Volevo tornare al primo disco che ha un art work molto psichedelico, hippy…

Beh, calcola che è stato scritto nel ’69 e registrato nel ’70.

 

 

Anche nel film Terzo Canale. Avventura a Montecarlo voi avete un’immagine molto hippy

Sai, se non lo eri allora…       

 

 

Ci sono aspetti della vita di quegli anni che però mi pare vengano fuori poco dai vostri dischi, ad esempio il rapporto con le droghe o con la politica.  Com’era la vostra posizione?

Con le droghe non avevamo molto a che fare, con la politica sì anche se non scendevamo in piazza: non eravamo i Guccini della situazione, però aderivamo ad una certa  linea che non era di destra.  Poi sai, era proprio un mondo: tutti i concerti, i pop festival, erano in mano alla sinistra extraparlamentare, a partire da Re Nudo.

 

 

Si, io ho notato che nei vostri dischi c’è tutto un discorso contro il consumismo, la società moderna, per cui magari era più sfumata, meno proclamata, ma comunque presente e forse più profonda

Certo.

 

 

Prima abbiamo citato Terzo Canale. Avventura a Montecarlo che è un film con soluzioni geniali

Oh Dio, non è certo Via col vento! Ti posso dire che all’epoca fu parecchio criticato perché comunque tutto quello che non era espressamente politicizzato, di sinistra o rigorosamente culturale, veniva scartato.

 

 

Si, invece era solo un divertimento…

Infatti, era un gioco e a rivedendolo oggi, soprattutto per chi non ha vissuto quegli anni, si percepisce sotto un’altra luce.

 

 

In effetti l’ho trovato fresco, con degli espedienti interessanti come quando nel buio della notte dite «Ma a noi chi ce lo fa fare un film come questo con queste facce di merda…», che per altro era una battuta piuttosto forte per quegli anni no?

Si, infatti.  Ma pensa che il regista, Giulio Paradisi, era stato per otto anni l’aiuto di Fellini e l’impronta è un po’ quella. Si vede che, a livello scenografico, qualche idea gliel’aveva rubata.

 

 

Infatti, a parte le clip in cui suonate che son montate bene, la fotografia è splendida…

È vero…  Poi Paradisi è sparito dalla circolazione: negli anni ’80 ha fatto un film che si chiamava Spaghetti House, girato a Londra con Manfredi, che ebbe un certo successo. Poi più niente.

 

 

Una mia curiosità da collezionista: Bolero rock, Fantasia, Travellin’ Soul, Believe in Yourself, tutti i 45 giri, li possiedi, si possono trovare?

Fammi pensare… Bolero rock no, era l’idea primordiale di quella che poi sarebbe diventata una suite di The Trip solo che, ovviamente, noi stavamo costruendo tutto l’album e avevamo le idee ancora un po’ vaghe.  

 

 

Invece nella colonna sonora di Terzo Canale. Avventura a Montecarlo c’era quella parte strumentale con Garibaldi fu ferito che è splendida

Era divertente. Poi Travellin’ soul era il retro di Fantasia, inizialmente in inglese e si suonava molto meglio. Erano i due brani cantati nel film e uscirono proprio come 45 giri, con Travellin’ soul in inglese e Fantasia tradotta in italiano. Non sono facili da trovare ma esistono, io ce l’ho. 

 

 

Ma tu controlli anche le uscite discografiche?

Sinceramente no, me le riportano perché se dovessi stare dietro a tutte le etichette e etichettine diventerei matto.

 

Non sarebbe male una bella raccolta antologica dove inserire anche queste rarità

Certo. Believe in yourself invece esiste come 45, insomma si può trovare.

 

 

Di Caronte invece mi ha molto incuriosito la copertina con la bandiera inglese che copre le pudenda di Caronte.

Sì, ovviamente è ispirata alle illustrazioni di Dorè.

 

 

E come mai sul retro c’è Andersen conciato come un cangaceiro?

Ti dirò che era un look che lui aveva: gli piacevano molto i film di Sergio Leone, li andava a vedere tutti

 

 

Era una specie di costume di scena, quindi.

Anche nel film è sempre vestito in maniera strana, ma lui andava veramente in giro così, quello che vedi non era un look studiato per l’occasione. Anch’io in quel periodo portavo dei vestiti del ‘700.

 

 

E le altre immagini del concerto di Caracalla? Esistono solo quelle del film o ci sono ulteriori testimonianze?

Dunque, il film fu girato nell’ottobre del ’70 e contemporaneamente si tenne il concerto di Caracalla che durò tre giorni e fu il primo vero festival rock italiano. Noi, al di là del film, eravamo già stati ingaggiati per il concerto quindi il regista ne approfittò per riprendere le scene reali e, se fai bene caso, nel film sembra che suoniamo fuori sincrono ma semplicemente perché a Caracalla suonammo quasi interamente pezzi del primo album che non avevano nulla a che fare con le musiche montate poi nel film.

 

 

Esistono testimonianze live private? Ti sono rimasti dei nastri con le esibizioni o hai perso tutto? 

No. Allora non esistevano i videotape. Probabilmente esiste qualcosa negli archivi Rai perché al festival di Caracalla parteciparono un mare di persone, c’era Renato Zero, c’erano i Pooh anche se non c’entravano niente, c’era Francesco De Gregori, tutti giovanissimi e totalmente sconosciuti. Però fu un grande evento.

 

 

È vero che dal vivo suonavate diverse cover, dai Beatles ai Vanilla Fudge e ai Deep Purple e improvvisavate il blues?

Nella prima fase sì. Quando poi abbiamo cominciato a incidere dischi abbiamo dato un taglio netto, e all’inizio incontrammo difficoltà:  lavoravamo molto in giro, nei locali, e la gente veniva a sentirci perché facevamo bene le cover. Poi però, con i nostri pezzi, la sala era piena lo stesso e magari qualcuno apprezzava, ma i più si rompevano le scatole se dopo un’ora e mezza di spettacolo ancora non avevano sentito niente di famoso. Le cose sono migliorate quando il disco ha iniziato a vendere.

 

 

Chi sono i due fratelli a cui è dedicato Two Brothers in Caronte?

Sono immaginari. L’atmosfera è un po’ alla Easy Rider.

 

 

Ad un certo punto vi rubarono gli strumenti. Cosa successe al gruppo? Fu un momento di crisi?

Sì e no. Era un momento molto favorevole perché stavamo preparando Atlantide.

 

 

Ancora con Sinnone o se n’era già andato?

Lui c’era ancora ma c’eravamo già accorti d’aver bisogno d’un batterista molto più forte. Eravamo tra il ’71 e il ’72 e ci sentivamo parecchio gasati perché la casa discografica era interessata. Però il furto degli strumenti fu un duro colpo. Pensa che comunque fummo fortunati perché ne avevamo già ordinato altri nuovi e migliori.

 

 

Ti ricordi concerti con altri gruppi o jam session con stranieri? C’era molto fermento in quegli anni e i Trip giravano?

Abbiamo suonato in Spagna e in Germania. Ma anche in Italia ci è capitato di aprire i concerti di Brian Auger e dei Colosseum. E poi le jam con la PFM, con il Banco, che finivano sempre in un gran casino perché gli italiani sono un po’ egocentrici e si suonano addosso.

 

E con i New Trolls?

Ottimo. Al di là del fatto che sono ligure anch’io, avrei dovuto entrare nel gruppo più di una volta e poi abbiamo fatto diverse tournée insieme e avevamo lo stesso manager che era Alberico Crocetta.

 

 

Ho letto che dopo Time of Change i Trip proclamarono un ritorno a una musica più semplice, più rock, però poi il gruppo si sciolse.

Il gruppo si sciolse soprattutto a causa dell’incidente stradale che ebbe Wegg nel novembre del ’74. Fu molto brutto: il suo amico al volante morì di colpo mentre Wegg rimase per mesi in ospedale con due vertebre rotte e i tendini della mano sinistra fuori uso. Quello sì che fu un momento di crisi: sai quanti avvoltoi erano pronti a prendere il suo posto, ricevevo trenta telefonate al giorno. Ma non me la sono sentita di sostituirlo.

 

 

E adesso Wegg dov’è?

Vive in Svizzera, fa tutt’altra cosa ma ogni tanto capita di sentirci.

 

 

Non avete mai pensato ad una reunion?

Si, confesso che ogni tanto viene la voglia. C’è sempre Beppe Crovella che mi spinge. Già nel ’98 ci incontrammo a Torino con Furio Chirico e Wegg per parlarne, ma destino volle che sei mesi dopo Wegg avesse un altro incidente (questa volta in un cantiere archeologico) e quindi saltò di nuovo tutto. Mi hanno anche proposto altri progetti, ma sai, il discorso è che se il gioco vale veramente la candela si fa, altrimenti non ha senso: ci vuole dietro un certo interesse discografico perché adesso di prog sì, se ne parla, però si tende a fare confusione. Già nel mondo della discografia in generale c’è parecchia confusione. Sai quante volte alle serate dei Dik Dik arrivavano ragazzi a chiedere dei Trip, a farsi autografare i dischi: da quelli della mia età magari te lo aspetti, ma dai giovani no. Però resta sempre un fenomeno di sottobosco, senza una spinta vera.

 

 

Tu hai suonato in tantissimi altri progetti, negli Acqua Fragile, con Tozzi, con i Dik Dik e anche in tue formazioni come i Tarrot, i Night Fudge…

Si, certo. Nei Dik Dik sono arrivato dopo che si erano sciolti i Trip. Poi ci furono i Tarrot che erano stati voluti da Franz di Cioccio per la colonna sonora di Attila.

 

 

Qual è l’esperienza che senti più tua, il genere che maggiormente ti ha rappresentato in questi anni?

Come esperienza sicuramente quella dei Trip, il progressive rock quindi, anche se poi il genere che ho seguito di più è stato l’hard rock, forse anche per l’influenza di Blackmore. Dopo che di  progressive non se ne parlò più, per anni mi sono interessato all’hard e all’heavy: Night Fudge nasce proprio da quell’influenza. 

 

 

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

In questo preciso momento no. Mi sono preso una pausa di riflessione: sono andato via dai Dik Dik poco più di un anno fa e ora voglio vedere cosa succede.

 

 

Non stai pensando ad una Vescovi Band?

In effetti, come dicevo prima, ci sono diverse persone che mi spingono su questa strada e ci sto pensando…  Insomma non ho ancora buttato la spugna. 

 

 

Be’, diciamo che se hai bisogno di qualcuno che ti scriva le note per il tuo nuovo album, ci sono qua io…

Buono a sapersi, anzi, lasciami il tuo numero…

 

 

 

Okay, allora il numero è 339 78*****

 

Filippo Casaccia

 


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